Prima di conoscere gli altri, è meglio conoscere te stesso. La macchina fotografica aiuta a conoscerti. (Mohamed Keita)

Mara Scampoli

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October 16, 2023

La città raccontata dai suoi abitanti. Il nuovo lavoro di inchiesta partecipata sull’area del Basso Isonzo a Padova

“Basso Isonzo. Il futuro del passato” è il titolo del libro realizzato da Lies nell’ambito dell’inchiesta partecipata avviata nella primavera del 2021 sull’area del Basso Isonzo, nella zona sud di Padova, interessata da processi di trasformazione urbanistica che hanno visto negli anni contrapporsi da un lato la spinta a realizzare un parco agricolo e dall’altro progetti per realizzare complessi immobiliari. Il lavoro è stato realizzato grazie al contributo del Comune di Padova e della Fondazione Cariparo, nell’ambito del bando “Padova città policentrica”, con il progetto denominato “Azioni in Basso Isonzo”. Anche in questo caso è stato realizzato un lavoro di rappresentazione complessa del territorio, a partire dalla voce dei suo i abitanti attraverso la tecnica dell'intervista, attivando percorsi di partecipazione attiva della cittadinanza attraverso laboratori di "photovoice" e laboratori destinati agli studenti delle scuole del territorio. In questo progetto ho contribuito attraverso la realizzazione dei ritratti degli abitanti intervistati, ed ho gestito un laboratorio fotografico con studenti della scuola agraria "Duca deli Abruzzi" in stretta collaborazione con i loro insegnanti. Attraverso una breve introduzione alla tecnica della fotografia documentaria, gli studenti sono stati quindi accompagnati nella realizzazione di un reportage fotografico su tre ambiti significativi da loro individuati.

Il libro si può scaricare qui in formato pdf.

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January 21, 2021

La città raccontata dai suoi abitanti. Lo strumento fotografico per una cittadinanza attiva

Lo strumento fotografico è un potente mezzo di comunicazione che può essere utilizzato per consentire alle comunità di esprimere il proprio punto di vista. Assieme all'Associazione LIES-Laboratorio dell'inchiesta economica e sociale da diversi anni utilizziamo il mezzo fotografico come uno degli strumenti di attivazione e partecipazione di gruppi sociali a progetti di inchiesta sul territorio. Nell'ambito del progetto "Padova città policentrica" del Comune di Padova abbiamo raccontato due quartieri padovani in collaborazione con altre realtà del privato sociale e le scuole del territorio, attraverso attività laboratoriali e di inchiesta che sono confluiti nella realizzazione di due libri "Cartoneri". Le editoriales cartoneras sono un fenomeno nato in Argentina nei primi anni Duemila, a seguito della grave crisi economica in cui versa il paese, e si diffonde velocemente in tutto il Sud America, Si tratta di una nuova proposta culturale con forte impronta sociale che utilizza i cartoni raccolti appunto dai "cartoneros" per trasformarli in libri rilegati a mano e venduti ad un prezzo simbolico alle persone che non potevano permettersi di comprarli. A Padova la libreria Pangea ha contribuito alla realizzazione dei libri cartoneri che raccolgono le inchieste su due quartieri della periferia della città: la Stanga e Pontevigodarzere.

LA STANGA

Con il progetto Allestire la città realizzato nell'anno 2018, abbiamo voluto raccontare la realtà di questo quartiere popolare alle porte della città di Padova,, a forte componente immigrata, il cui destino è stato a lungo condizionato dalla situazione di marginalità che si creò nel famoso “ghetto” di Via Anelli. Le diverse anime di questo territorio complesso e a volte conflittuale sono state raccontare con interviste ai cittadini e attraverso attraverso le immagini realizzate durante il laboratorio di photovoice con i ragazzi della scuola media di quartiere. Sul sito di LIES è possibile sfogliare la versione digitale del libro cartonero “Stanga. Un quartiere raccontato dai suoi abitanti”

PONTEVIGODARZERE

Nel 2020 abbiamo quindi realizzato il progetto “Pontevigodazere. Viaggio tra le voci e le immagini degli abitanti sul quartiere che verrà”. un’inchiesta svoltasi nell’ambito del progetto “Padova città policentrica”, con il contributo del Comune di Padova e della Fondazione Cariparo. L’attività è iniziata nel mese di novembre 2019 e si è conclusa a Settembre 2020, con l‘evento di restituzione tenutosi nella scuola media del quartiere dove sono stati presentati e discussi il libro cartonero "Pontevigodarzere, Un quartiere raccontato dai suoi abitanti", scaricabile gratuitamente sul sito di LIES, e la mostra fotografica frutto del progetto.

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April 13, 2019

We struggle togheter, we live togheter

Questo articolo è il frutto del reportage effettuato nell'estate 2017 insieme a Mattia Alunni Cardinali sul City Plaza di Atene, un hotel occupato e divenuto luogo di accoglienza per rifugiati fino al 2019. L'articolo è pubblicato integralmente qui

We struggle together, we live together

Molto è stato scritto sulla struttura di accoglienza auto-organizzata all'interno dell'ex hotel Ateniese City Plaza, ormai diventata un modello di accoglienza studiato dal mondo scientifico e seguito dalla stampa internazionale. City Plaza non è soltanto uno dei tanti luoghi diventati rifugio per migranti e rifugiati in tutta Europa, laddove la risposta delle istituzioni non arriva. City Plaza è una sfida, il frutto di un pensiero collettivo basato sull'auto-organizzazione e la solidarietà, il risultato di oltre 20 anni di esperienza e lavoro della rete politica DIKTYO (Network for Social and Political Rights); quest'ultima è un network indipendente della sinistra radicale Greca che propone un modello alternativo di organizzazione della società basata sull'auto-gestione e la collaborazione "orizzontale". Ci siamo proposti quindi di passare del tempo al City Plaza per comprenderne a fondo il funzionamento, incontrare le persone che hanno dato vita a questo progetto e che lo sostengono quotidianamente.

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April 28, 2017

La Casa dei Diritti Don Gallo: un'esperienza di resistenza attiva all'esclusione sociale

Era Lì, nel pieno centro di Padova, identificata solo dallo striscione con su scritto il nome del prete comunista a cui era intestata, Don Luigi Gallo. La Casa dei Diritti Don Gallo è uno stabile occupato a Padova dal Dicembre 2013 fino al 23 Marzo 2017. All'epoca, una cinquantina di migranti insieme all’Associazione Razzismo Stop ed altre associazioni padovane decisero di togliere i lucchetti a questo edificio, una volta adibito ad uffici, chiuso e inutilizzato da molto tempo. http://www.casadeidirittidongallo.altervista.org/ Fino a pochi giorni fa, in casa Don Gallo vivevano 52 migranti provenienti da diverse nazioni africane, tutti uomini tranne due donne. Sono arrivati da Nigeria, Mali, ma anche Eritrea, Somalia, Ghana, Senegal, Togo. La maggior parte di loro ha abitato nella casa sin dalla sua occupazione, sebbene ci sia stato un numero variabile di persone che qui ha trovato negli anni un rifugio temporaneo. I migranti provenivano in buona parte da esperienze di accoglienza presso centri aperti a causa della cosiddetta "Emergenza Nordafrica", la cui conclusione non aveva certo coinciso con una effettiva acquisizione di competenze e di strumenti utili a garantire delle possibilità effettive di inclusione nel territorio. Dopo aver effettuato il periodo necessario ad ottenere i documenti presso i centri temporanei di accoglienza, sono infatti usciti dal sistema di protezione ed assistenza, restando di fatto senza una abitazione e senza un lavoro. Costretti poi nel circolo vizioso degli impedimenti burocratici, a cominciare dall'ottenimento della residenza per proseguire con l'accesso ai servizi ed agli aiuti che il Comune è tenuto ad offrire ai propri cittadini in difficoltà. Obbligati tuttavia a restare in Italia, anche a fronte della volontà di raggiungere amici o parenti in Europa, come previsto dalla Convenzione di Dublino. Nella casa hanno vissuto in condizioni precarie, specialmente da quando, nel Dicembre 2015, sono state tagliate le utenze, ritrovandosi a vivere senza luce, né acqua calda, né gas. Per l'igiene personale, hanno scaldato l’acqua in pentoloni su fuochi accesi nello spazio comune esterno. Le criticità maggiori sono arrivate d’inverno, quando le uniche possibilità per scaldare gli ambienti erano delle stufette portatili con le quali far fronte alle temperature che di notte sono spesso sotto lo zero. D’altra parte, l'esperienza degli abitanti di Casa Don Gallo sembra essere comune ad una larga fascia della popolazione migrante in Italia, come si legge nel rapporto “Fuori campo” di Medici senza Frontiere, pubblicato nel Maggio 2016. MSF infatti ha pubblicato i dati relativi all’indagine effettuata negli insediamenti informali esistenti in Italia: almeno 40, distribuiti sul territorio, composti per lo più da giovani richiedenti asilo e rifugiati che permangono con una media di un anno e mezzo fino a punte di cinque anni. Il rapporto evidenzia come almeno 10.000 richiedenti asilo e rifugiati in Italia vivono al di fuori del sistema di accoglienza, in condizioni di precarietà e marginalità, senza alcuna assistenza istituzionale e con scarso accesso alle cure mediche.” Così come gli abitanti di Casa don Gallo, più del 70% è già titolare di una qualche forma di protezione internazionale o umanitaria. Per quanto riguarda il Veneto, nell'elaborazione presentata da Odisseo sul Dossier statistico sull'immigrazione del 2016 del ministero dell'Interno si legge che ai primi di maggio 2016 (ultimi dati disponibili a chiusura del Dossier) erano presenti nelle strutture di accoglienza 8.701 richiedenti asilo, di cui solo 303 nel circuito Sprar. http://www.odisseo.org/project/la-questione-demografica-richiedenti-asilo/ A Padova, nel Maggio 2016 risultavano 1597 richiedenti asilo, la maggior parte dei quali ospitati presso strutture temporanee di accoglienza, e solo in minima parte presso i centri del sistema SPRAR (solo 36) che dovrebbe garantire agli immigrati la effettiva possibilità di acquisire delle competenze autonome per poter procedere con una integrazione effettiva. Questi dati non rendono conto di quanti, nel frattempo, sono già usciti dai centri di accoglienza o hanno visto rifiutare il permesso di soggiorno e, in assenza di possibilità effettive di inclusione, finiscono nel grigio limbo degli irregolari, dei non residenti, privati di fatto di qualsiasi diritto civile. I ragazzi di Casa Don Gallo in questi tre anni di esperienza si sono in qualche modo organizzati per vivere, nonostante la precarietà, nella maniera più dignitosa possibile. Hanno gestito diverse attività, anche aperte alla popolazione cittadina con la quale cercavano costantemente contatto. Hanno gestito negli anni la Ciclofficina, dove si riparavano le biciclette. Hanno organizzato un laboratorio di italiano. Un laboratorio di falegnameria. Un orto in cui coltivare verdure di stagione ed hanno allevato pure qualche gallina per le uova fresche. Nel cortile c'era anche un locale adibito a cucina, una tenda-chiesa per il rito cattolico ed uno spazio per la preghiera musulmana. E poi c'è l'esperienza, tuttora attiva, dell'English languages Workshop, conversazioni tematiche in lingua inglese tenute da Mr. Dabre insieme ad una docente universitaria madrelingua. Dabre, detto Baba poiché a 48 anni è il più anziano del gruppo, viene dal Ghana. Nel suo paese faceva l'insegnante, lì ha lasciato moglie e figli. Cercava un'occasione per migliorare la sua condizione di vita quando è venuto in Italia, ma il suo sogno è rimasto sulla soglia di Casa Don Gallo. E' lui che manteneva i contatti con le associazioni, e che ha portato avanti insieme a loro la delicata trattativa con il Comune per poter rientrare in un sistema di aiuti che prevedesse quantomeno un alloggio e delle opportunità lavorative. Adesso Dabre ha finalmente trovato una sistemazione presso una cooperativa, con un impiego consono alle sue competenze.

Anche Obum, che di anni ne ha 34, ha trovato finalmente una nuova collocazione presso una Cooperativa. Sbarcato a Lampedusa nel 2011, aveva lasciato il Biafra nel 2007 per andare in Libia, dove ha lavorato per tre anni come elettricista presso l'ENI. Come tanti, a causa della guerra ha dovuto lasciare la Libia e rifugiarsi in Europa. E' stato ospite di un centro di accoglienza in attesa di ottenere il permesso di soggiorno, ma una volta fuori dalla casa non ha trovato lavoro. Ha così tentato di spostarsi in altri paesi in Europa, senza riuscire tuttavia ad integrarsi. Rientrato in Italia, aveva iniziato un'attività di commercio di pezzi di ricambio per auto con l'Africa, ma anche questa attività è terminata, motivo per cui ha dovuto lasciare la casa nella quale viveva in affitto, per ritrovarsi nel 2013 in Casa Don Gallo. Karim ha trovato un posto presso una cooperativa agricola, con una borsa lavoro di sei mesi. Quando l'ho conosciuto, ormai quasi un anno fa, mi aveva mostrato i suoi documenti, tutti in regola, compresa la carta di identità ed il permesso di soggiorno per motivi umanitari, che a nulla erano serviti fino ad oggi affinché potesse trovare una qualche reale integrazione. Karim ha 27 anni, viene dal Mali ed è arrivato in Italia nel 2011. Anche lui dopo essere stato ospite di un centro di accoglienza e dopo aver acquisito il permesso di soggiorno si è ritrovato senza casa e senza lavoro. E' così emigrato in Francia, a Parigi, dove aveva trovato una sistemazione lavorando come autista e come uomo di sicurezza presso un locale pubblico. Aveva amici, una macchina di andava fiero, ed una vita tutto sommato serena. Però, nel 2013 è stato identificato dalla polizia francese e respinto in Italia secondo quanto prevede la convenzione di Dublino. Ed ecco anche lui nella Casa Don Gallo. E comunque, come tanti altri ragazzi, ha cercato di darsi da fare arrangiandosi a fare lavori precari, come raccolta di carta o di capi di abbigliamento usati rivenduti poi per pochi euro. Dalla sua occupazione, la Casa Don Gallo è stata sistematicamente ignorata da parte dell’amministrazione comunale, che si è rifiutata nel tempo di individuare interventi di sostegno alle persone ivi residenti, accogliendo per esempio la proposta delle associazioni di riqualificare lo stabile per trasformarlo in un centro effettivo di accoglienza. Gli abitanti di Casa Don Gallo in realtà, hanno sempre cercato di rendere visibile la loro situazione, chiedendo in maniera esplicita un aiuto per individuare soluzioni alternative. Come nel Maggio 2014, quando hanno partecipato simbolicamente all’asta per l’acquisto dell’immobile, oppure quando, nel Maggio 2015, hanno consegnato le chiavi della casa al Sindaco, quale ulteriore richiesta di un intervento istituzionale in loro aiuto. Caduta la Giunta del leghista Bitonci, si è finalmente aperto uno spiraglio per la possibilità di giungere ad una qualche soluzione in accordo con la pubblica amministrazione: E’ stato infatti avviato un tavolo di trattative che ha portato alla sottoscrizione di un Protocollo d’intesa per attivare percorsi d’integrazione lavorativa e sociale sottoscritto da diversi attori fra cui il Prefetto, il Commissario prefettizio del Comune, la Caritas, il Presidente del Fondo straordinario di Solidarietà per il lavoro, il Presidente provinciale di Confcooperative. Buona parte dei residenti è stata ricollocata presso cooperative ed associazioni che hanno dato la loro disponibilità ad offrire un alloggio ed una borsa lavoro ai migranti. Tuttavia, nonostante lo sforzo delle associazioni che hanno mediato per l'individuazione di soluzioni per tutti i migranti, almeno una quindicina di persone sono rimaste escluse dalla possibilità di ricollocamento, e sono attualmente in strada senza nessun tipo di sistemazione, anche temporanea. Per loro, l'odissea non è ancora finita. La frontiera dei nuovi poveri è questa. L'impossibilità di vedere negli anni, a fronte di diversi tentativi, una effettiva concretizzazione del diritto ad una integrazione per le persone migranti, conferma la inefficacia dei sistemi istituzionali e delle politiche internazionali nel far fronte al fenomeno migratorio, gestito ancor oggi con modalità emergenziali invece che strutturali. La resistenza da parte di molti Comuni del Veneto nell'attivare processi di inclusione effettiva, ad esempio rifiutando di aderire all'accoglienza diffusa del sistema Sprar, rischia di vanificare gli sforzi compiuti dalle associazioni e da quella parte della società civile che è impegnata nel costruire percorsi di integrazione. Il fenomeno migratorio non può essere affrontato esclusivamente con modalità repressive e securitarie, e la carenza di politiche locali e globali che sostengano possibilità effettive di inclusione rischia di alimentare sacche di disagio sociale e di precarietà, oltre che rappresentare uno scacco per la società civile dei diritti.





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February 5, 2017

Istantantanee di viaggio. Di come le relazioni generino accoglienza

Fotografie di Mara Scampoli

Editing video Alessia Disarò

La multivisione presentata è il prodotto finale di uno dei laboratori di inchiesta sociale proposti da Lies nell'ambito del Progetto “L’infinito viaggiare. Storie, letture e racconti della società del migrare”, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando Culturalmente 2015.Al laboratorio, condotto dall'Aprile al Dicembre 2016, hanno partecipato soggetti diversi, cittadini, operatori dell'accoglienza e residenti di Casa a Colori, uno strumento innovativo di Social Housing temporaneo nel Veneto, che integra il turismo sociale con l'accoglienza temporanea di persone in situazione di disagio abitativo e a rischio di esclusione sociale. Con l'intento di indagare i luoghi e le modalità di accoglienza nella città, il gruppo di lavoro ha scelto lo strumento dell'autonarrazione, utilizzando interviste autosomministrate ed una documentazione fotografica. Ne è derivato un percorso di esperenziale, ove i partecipanti si sono messi in gioco nel cercare attivamente contesti ed occasioni che la città ed il territorio offrono quali potenziali motori di inclusione. Dietro la "leggerezza" del racconto fotografico di alcuni momenti salienti di vita del gruppo, emergono le difficoltà incontrate dalle persone migranti nel loro percorso di integrazione, alle prese con le criticità delle istituzioni e del sistema sociale nell'individuare risposte ai bisogni emergenti nella popolazione ed ai suoi cambiamenti. Lungi dal voler semplificare la complessità dell'argomento nella sua dimensione sociale e politica, l'intenzione è quella di effettuare una rottura della narrazione stereotipata sulla migrazione, lasciando emergere gli affetti, i desideri, le speranze, la creatività che appartengono alla dimensione individuale di ognuno, ma che proprio in questo rimandano ad dimensione umana in cui tutti possono riconoscersi. In tal senso il rimando è alla necessità di favorire sul territorio un contesto sociale e relazionale che consenta la creazione di legami, attraverso i quali è possibile dotare di senso l'esperienza di incontro con l'altro, e de-costruire i luoghi comuni sull'immigrazione, basati sulla generalizzazione e la depersonalizzazione degli individui.

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October 3, 2016

Calais


Calais: una Giungla costruita sulla sabbia.

Testo di Mara Scampoli e Mattia Alunni Cardinali

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Al nostro arrivo Calais ci accoglie subito senza cerimonie. Per chi arriva dal Regno Unito l'importanza della situazione si delinea già dall'uscita degli arrivi dei traghetti percorrendo il labirinto di asfalto che conduce all'uscita del porto. La nuovissima e candida recinzione alta quattro metri e sormontata da filo spinato non abbandona mai la cornice del finestrino dell'auto, mentre di tanto in tanto poliziotti armati e in assetto antisommossa sfilano veloci ai lati della strada. Il vento che viene dal mare spazza senza tregua la larga distesa di Silicio che si estende a perdita d'occhio lungo il litorale Francese. Mentre il sole tramonta dietro la Gran Bretagna, una sottile e sbiadita ombra che fa capolino lungo la linea dell'orizzonte, sulla spiaggia gli ultimi bagnanti si affrettano a raccogliere le loro cose per andare a godersi la loro razione quotidiana di moules in uno dei tipici ristoranti sul lungomare. All'interno del paese i pochi edifici storici della città sono stati assorbiti dall'architettura popolare degli anni '60, che però non è riuscita a mantenere Calais al passo con i tempi, facendola diventare ormai una meta di seconda scelta per i turisti all'ultimo grido.

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September 18, 2016

Srebrenica: do not forget

Every year, on July 11th, the town of Srebrenica changes. A crowd about twice the size of the entire population of the small village counting 15,000 people, pours into Srebrenica where, in 1991, there were 30,000 inhabitants, most of whom Muslims.The Dayton Accords, which marked the end of the war in the Balkans , have left the town in the Republika Srpska, and in 2005 there were only 4,000 Bosniaks. Srebrenica represents all the contradictions, the unsolved tensions that still characterize the modern-day Bosnia. Nevertheless this small village still represents the desperate desire to keep alive the memory of what happened, in order to achieve a truly peaceful coexistence between people, which currently seems to be guaranteed by a precarious political balance.

Every year, on July 11, in Srebrenica were buried the bodies of the most ferocious slaughter victims which took place after the Second World War, and occurred in a few hours, right after the entry of the Serb army in Srebrenica, on 11 July 1995. This year, 127 more victims have found a name, a place to be remembered, and plants from their loved ones, in Potocari Cemetery. Other 127 victims, exhumed from the mass graves that continue to be discovered in the territories of the former Yugoslavia war, mortal remains recognized only by DNA testing and personal effects, which since then is carried out by the staff of “Podrinje Identification Project ” Tuzla. July 11, 1995 The Muslim enclave of Srebrenica, a town within a territory with a Serb majority, had been recognized in 1993 as a “safe zone”. In this small village were merged the inhabitants of the surrounding areas, who have grown weary by the siege of the Serbian militias. In order to protect the area, only 2,000 UN Blue Helmets, too meager resources to perform properly the job they were assigned .

In July 1995, when Serb troops began an offensive to occupy the area, the remaining Blue Helmets were only 400. From 20 to 30 thousand people tried to take shelter inside and around the base of the Dutch UN troops in the former factory in Potocari. Thousands of men tried to escape into the mountains, in order to reach Tuzla, under Bosnian control. The General Mladic, Supreme Commander of the Bosnian Serb armed forces, made a deal with the commander of the Dutch contingent, convincing him to hand him over all the civilians who had taken refuge inside the UN military base. All men and boys from 12 to 77 years old were separated from the women and children; the latter were loaded into trucks and taken to Tiscali, from where they were left free to reach the territory controlled by the Bosnians. On the other hand, in thirty hours these men and boys were taken to schools and gyms around there, massacred and thrown into mass graves. But when the news of what had happened began to be advertized by the media, Serbian soldiers dug up the bodies from the mass graves with bulldozers and buried them in other mass graves, tearing apart the bodies to prevent a possible identification. In the years after the war, it was done a thorough job of research and medical-forensic identification of the bodies buried in mass graves, which continues to this day. 8372 people are confirmed dead in this massacre.

The conviction of Karadzic for genocide On March 25 this year, the trial of Miroslav Karadzic (Bosnian Serb leader) ended, sentenced to 40 years in prison by the Criminal Tribunal in The Hague. The “Supreme Commander” of the Bosnian Serb army who led to the war against the Bosnian Muslims, in the bloodiest conflict of the Mediterranean area after World War II, was found guilty of genocide for the events in Srebrenica on July 11th, 1995. He was found guilty of military atrocities during the siege of Sarajevo, led by snipers and shelling against the civilian population. But the Court has acquitted him of genocide perpetrated against the population of other countries of eastern Bosnia. So, only twenty years after the conflict the recognition and the condemnation of the Srebrenica genocide have been made public. Only a year ago, a few days before the Srebrenica twentieth anniversary commemoration, Russia had vetoed the draft resolution, proposed by Great Britain to the UN Security Council, intended to condemn the Srebrenica massacre as genocide

At the ceremony in commemoration of the twentieth anniversary of the Srebrenica events took part tens of thousands of people, as well as representatives of the political world from all over the world, in a climate of deep tension, precisely because of the diplomatic conflict which had happened in the days before the ceremony, as if to demonstrate how this peace dictated by the Dayton Accords is in fact only a truce in a political situation far from being resolved. The funeral was also attended by the Prime Minister of Serbia Aleksandar Vučić , who has been questioned and attacked by the crowd, because of Serbia’s attitude of denial. On the other hand, Vučić is the one who, when he was Minister of the government headed by Milosevic, used to utter the phrase : ‘You kill one Serb and we will kill 100 Muslims.’ The conviction of Karadzic is therefore the definitive recognition, albeit belated, of what happened on the 11th July, 1995. At the final hearing in the courtroom of The Hague Tribunal have attended several associations of victims and survivors: The “Women and Mothers” of Srebrenica, former detainees of concentration camps, the Women Victims of War, the Parents of children killed and representatives of other organizations come expressly from Bosnia.

On the 11th July, 2016, after more than twenty years, the people of Srebrenica were finally able to mourn their deads and officially pronounce the word ‘genocide’, giving a name and a meaning to the event that shocked and changed forever their lives. In the hope that the memory of what happened will help to shed light also on the other ten, hundred Srebrenica that are taking place at this very moment in Europe itself and in the most different parts of the world.

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