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Era Lì, nel pieno centro di Padova, identificata solo dallo striscione con su scritto il nome del prete comunista a cui era intestata, Don Luigi Gallo. La Casa dei Diritti Don Gallo è uno stabile occupato a Padova dal Dicembre 2013 fino al 23 Marzo 2017. All'epoca, una cinquantina di migranti insieme all’Associazione Razzismo Stop ed altre associazioni padovane decisero di togliere i lucchetti a questo edificio, una volta adibito ad uffici, chiuso e inutilizzato da molto tempo. http://www.casadeidirittidongallo.altervista.org/ Fino a pochi giorni fa, in casa Don Gallo vivevano 52 migranti provenienti da diverse nazioni africane, tutti uomini tranne due donne. Sono arrivati da Nigeria, Mali, ma anche Eritrea, Somalia, Ghana, Senegal, Togo. La maggior parte di loro ha abitato nella casa sin dalla sua occupazione, sebbene ci sia stato un numero variabile di persone che qui ha trovato negli anni un rifugio temporaneo. I migranti provenivano in buona parte da esperienze di accoglienza presso centri aperti a causa della cosiddetta "Emergenza Nordafrica", la cui conclusione non aveva certo coinciso con una effettiva acquisizione di competenze e di strumenti utili a garantire delle possibilità effettive di inclusione nel territorio. Dopo aver effettuato il periodo necessario ad ottenere i documenti presso i centri temporanei di accoglienza, sono infatti usciti dal sistema di protezione ed assistenza, restando di fatto senza una abitazione e senza un lavoro. Costretti poi nel circolo vizioso degli impedimenti burocratici, a cominciare dall'ottenimento della residenza per proseguire con l'accesso ai servizi ed agli aiuti che il Comune è tenuto ad offrire ai propri cittadini in difficoltà. Obbligati tuttavia a restare in Italia, anche a fronte della volontà di raggiungere amici o parenti in Europa, come previsto dalla Convenzione di Dublino. Nella casa hanno vissuto in condizioni precarie, specialmente da quando, nel Dicembre 2015, sono state tagliate le utenze, ritrovandosi a vivere senza luce, né acqua calda, né gas. Per l'igiene personale, hanno scaldato l’acqua in pentoloni su fuochi accesi nello spazio comune esterno. Le criticità maggiori sono arrivate d’inverno, quando le uniche possibilità per scaldare gli ambienti erano delle stufette portatili con le quali far fronte alle temperature che di notte sono spesso sotto lo zero. D’altra parte, l'esperienza degli abitanti di Casa Don Gallo sembra essere comune ad una larga fascia della popolazione migrante in Italia, come si legge nel rapporto “Fuori campo” di Medici senza Frontiere, pubblicato nel Maggio 2016. MSF infatti ha pubblicato i dati relativi all’indagine effettuata negli insediamenti informali esistenti in Italia: almeno 40, distribuiti sul territorio, composti per lo più da giovani richiedenti asilo e rifugiati che permangono con una media di un anno e mezzo fino a punte di cinque anni. Il rapporto evidenzia come almeno 10.000 richiedenti asilo e rifugiati in Italia vivono al di fuori del sistema di accoglienza, in condizioni di precarietà e marginalità, senza alcuna assistenza istituzionale e con scarso accesso alle cure mediche.” Così come gli abitanti di Casa don Gallo, più del 70% è già titolare di una qualche forma di protezione internazionale o umanitaria. Per quanto riguarda il Veneto, nell'elaborazione presentata da Odisseo sul Dossier statistico sull'immigrazione del 2016 del ministero dell'Interno si legge che ai primi di maggio 2016 (ultimi dati disponibili a chiusura del Dossier) erano presenti nelle strutture di accoglienza 8.701 richiedenti asilo, di cui solo 303 nel circuito Sprar. http://www.odisseo.org/project/la-questione-demografica-richiedenti-asilo/ A Padova, nel Maggio 2016 risultavano 1597 richiedenti asilo, la maggior parte dei quali ospitati presso strutture temporanee di accoglienza, e solo in minima parte presso i centri del sistema SPRAR (solo 36) che dovrebbe garantire agli immigrati la effettiva possibilità di acquisire delle competenze autonome per poter procedere con una integrazione effettiva. Questi dati non rendono conto di quanti, nel frattempo, sono già usciti dai centri di accoglienza o hanno visto rifiutare il permesso di soggiorno e, in assenza di possibilità effettive di inclusione, finiscono nel grigio limbo degli irregolari, dei non residenti, privati di fatto di qualsiasi diritto civile. I ragazzi di Casa Don Gallo in questi tre anni di esperienza si sono in qualche modo organizzati per vivere, nonostante la precarietà, nella maniera più dignitosa possibile. Hanno gestito diverse attività, anche aperte alla popolazione cittadina con la quale cercavano costantemente contatto. Hanno gestito negli anni la Ciclofficina, dove si riparavano le biciclette. Hanno organizzato un laboratorio di italiano. Un laboratorio di falegnameria. Un orto in cui coltivare verdure di stagione ed hanno allevato pure qualche gallina per le uova fresche. Nel cortile c'era anche un locale adibito a cucina, una tenda-chiesa per il rito cattolico ed uno spazio per la preghiera musulmana. E poi c'è l'esperienza, tuttora attiva, dell'English languages Workshop, conversazioni tematiche in lingua inglese tenute da Mr. Dabre insieme ad una docente universitaria madrelingua. Dabre, detto Baba poiché a 48 anni è il più anziano del gruppo, viene dal Ghana. Nel suo paese faceva l'insegnante, lì ha lasciato moglie e figli. Cercava un'occasione per migliorare la sua condizione di vita quando è venuto in Italia, ma il suo sogno è rimasto sulla soglia di Casa Don Gallo. E' lui che manteneva i contatti con le associazioni, e che ha portato avanti insieme a loro la delicata trattativa con il Comune per poter rientrare in un sistema di aiuti che prevedesse quantomeno un alloggio e delle opportunità lavorative. Adesso Dabre ha finalmente trovato una sistemazione presso una cooperativa, con un impiego consono alle sue competenze.

Anche Obum, che di anni ne ha 34, ha trovato finalmente una nuova collocazione presso una Cooperativa. Sbarcato a Lampedusa nel 2011, aveva lasciato il Biafra nel 2007 per andare in Libia, dove ha lavorato per tre anni come elettricista presso l'ENI. Come tanti, a causa della guerra ha dovuto lasciare la Libia e rifugiarsi in Europa. E' stato ospite di un centro di accoglienza in attesa di ottenere il permesso di soggiorno, ma una volta fuori dalla casa non ha trovato lavoro. Ha così tentato di spostarsi in altri paesi in Europa, senza riuscire tuttavia ad integrarsi. Rientrato in Italia, aveva iniziato un'attività di commercio di pezzi di ricambio per auto con l'Africa, ma anche questa attività è terminata, motivo per cui ha dovuto lasciare la casa nella quale viveva in affitto, per ritrovarsi nel 2013 in Casa Don Gallo. Karim ha trovato un posto presso una cooperativa agricola, con una borsa lavoro di sei mesi. Quando l'ho conosciuto, ormai quasi un anno fa, mi aveva mostrato i suoi documenti, tutti in regola, compresa la carta di identità ed il permesso di soggiorno per motivi umanitari, che a nulla erano serviti fino ad oggi affinché potesse trovare una qualche reale integrazione. Karim ha 27 anni, viene dal Mali ed è arrivato in Italia nel 2011. Anche lui dopo essere stato ospite di un centro di accoglienza e dopo aver acquisito il permesso di soggiorno si è ritrovato senza casa e senza lavoro. E' così emigrato in Francia, a Parigi, dove aveva trovato una sistemazione lavorando come autista e come uomo di sicurezza presso un locale pubblico. Aveva amici, una macchina di andava fiero, ed una vita tutto sommato serena. Però, nel 2013 è stato identificato dalla polizia francese e respinto in Italia secondo quanto prevede la convenzione di Dublino. Ed ecco anche lui nella Casa Don Gallo. E comunque, come tanti altri ragazzi, ha cercato di darsi da fare arrangiandosi a fare lavori precari, come raccolta di carta o di capi di abbigliamento usati rivenduti poi per pochi euro. Dalla sua occupazione, la Casa Don Gallo è stata sistematicamente ignorata da parte dell’amministrazione comunale, che si è rifiutata nel tempo di individuare interventi di sostegno alle persone ivi residenti, accogliendo per esempio la proposta delle associazioni di riqualificare lo stabile per trasformarlo in un centro effettivo di accoglienza. Gli abitanti di Casa Don Gallo in realtà, hanno sempre cercato di rendere visibile la loro situazione, chiedendo in maniera esplicita un aiuto per individuare soluzioni alternative. Come nel Maggio 2014, quando hanno partecipato simbolicamente all’asta per l’acquisto dell’immobile, oppure quando, nel Maggio 2015, hanno consegnato le chiavi della casa al Sindaco, quale ulteriore richiesta di un intervento istituzionale in loro aiuto. Caduta la Giunta del leghista Bitonci, si è finalmente aperto uno spiraglio per la possibilità di giungere ad una qualche soluzione in accordo con la pubblica amministrazione: E’ stato infatti avviato un tavolo di trattative che ha portato alla sottoscrizione di un Protocollo d’intesa per attivare percorsi d’integrazione lavorativa e sociale sottoscritto da diversi attori fra cui il Prefetto, il Commissario prefettizio del Comune, la Caritas, il Presidente del Fondo straordinario di Solidarietà per il lavoro, il Presidente provinciale di Confcooperative. Buona parte dei residenti è stata ricollocata presso cooperative ed associazioni che hanno dato la loro disponibilità ad offrire un alloggio ed una borsa lavoro ai migranti. Tuttavia, nonostante lo sforzo delle associazioni che hanno mediato per l'individuazione di soluzioni per tutti i migranti, almeno una quindicina di persone sono rimaste escluse dalla possibilità di ricollocamento, e sono attualmente in strada senza nessun tipo di sistemazione, anche temporanea. Per loro, l'odissea non è ancora finita. La frontiera dei nuovi poveri è questa. L'impossibilità di vedere negli anni, a fronte di diversi tentativi, una effettiva concretizzazione del diritto ad una integrazione per le persone migranti, conferma la inefficacia dei sistemi istituzionali e delle politiche internazionali nel far fronte al fenomeno migratorio, gestito ancor oggi con modalità emergenziali invece che strutturali. La resistenza da parte di molti Comuni del Veneto nell'attivare processi di inclusione effettiva, ad esempio rifiutando di aderire all'accoglienza diffusa del sistema Sprar, rischia di vanificare gli sforzi compiuti dalle associazioni e da quella parte della società civile che è impegnata nel costruire percorsi di integrazione. Il fenomeno migratorio non può essere affrontato esclusivamente con modalità repressive e securitarie, e la carenza di politiche locali e globali che sostengano possibilità effettive di inclusione rischia di alimentare sacche di disagio sociale e di precarietà, oltre che rappresentare uno scacco per la società civile dei diritti.





Fotografie di Mara Scampoli

Editing video Alessia Disarò

La multivisione presentata è il prodotto finale di uno dei laboratori di inchiesta sociale proposti da Lies nell'ambito del Progetto “L’infinito viaggiare. Storie, letture e racconti della società del migrare”, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando Culturalmente 2015.Al laboratorio, condotto dall'Aprile al Dicembre 2016, hanno partecipato soggetti diversi, cittadini, operatori dell'accoglienza e residenti di Casa a Colori, uno strumento innovativo di Social Housing temporaneo nel Veneto, che integra il turismo sociale con l'accoglienza temporanea di persone in situazione di disagio abitativo e a rischio di esclusione sociale. Con l'intento di indagare i luoghi e le modalità di accoglienza nella città, il gruppo di lavoro ha scelto lo strumento dell'autonarrazione, utilizzando interviste autosomministrate ed una documentazione fotografica. Ne è derivato un percorso di esperenziale, ove i partecipanti si sono messi in gioco nel cercare attivamente contesti ed occasioni che la città ed il territorio offrono quali potenziali motori di inclusione. Dietro la "leggerezza" del racconto fotografico di alcuni momenti salienti di vita del gruppo, emergono le difficoltà incontrate dalle persone migranti nel loro percorso di integrazione, alle prese con le criticità delle istituzioni e del sistema sociale nell'individuare risposte ai bisogni emergenti nella popolazione ed ai suoi cambiamenti. Lungi dal voler semplificare la complessità dell'argomento nella sua dimensione sociale e politica, l'intenzione è quella di effettuare una rottura della narrazione stereotipata sulla migrazione, lasciando emergere gli affetti, i desideri, le speranze, la creatività che appartengono alla dimensione individuale di ognuno, ma che proprio in questo rimandano ad dimensione umana in cui tutti possono riconoscersi. In tal senso il rimando è alla necessità di favorire sul territorio un contesto sociale e relazionale che consenta la creazione di legami, attraverso i quali è possibile dotare di senso l'esperienza di incontro con l'altro, e de-costruire i luoghi comuni sull'immigrazione, basati sulla generalizzazione e la depersonalizzazione degli individui.


Calais: una Giungla costruita sulla sabbia.

Testo di Mara Scampoli e Mattia Alunni Cardinali

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Al nostro arrivo Calais ci accoglie subito senza cerimonie. Per chi arriva dal Regno Unito l'importanza della situazione si delinea già dall'uscita degli arrivi dei traghetti percorrendo il labirinto di asfalto che conduce all'uscita del porto. La nuovissima e candida recinzione alta quattro metri e sormontata da filo spinato non abbandona mai la cornice del finestrino dell'auto, mentre di tanto in tanto poliziotti armati e in assetto antisommossa sfilano veloci ai lati della strada. Il vento che viene dal mare spazza senza tregua la larga distesa di Silicio che si estende a perdita d'occhio lungo il litorale Francese. Mentre il sole tramonta dietro la Gran Bretagna, una sottile e sbiadita ombra che fa capolino lungo la linea dell'orizzonte, sulla spiaggia gli ultimi bagnanti si affrettano a raccogliere le loro cose per andare a godersi la loro razione quotidiana di moules in uno dei tipici ristoranti sul lungomare. All'interno del paese i pochi edifici storici della città sono stati assorbiti dall'architettura popolare degli anni '60, che però non è riuscita a mantenere Calais al passo con i tempi, facendola diventare ormai una meta di seconda scelta per i turisti all'ultimo grido. 

Tuttavia, nell'ultimo decennio, Calais è diventata punto di arrivo anche per un altro tipo di viaggiatori. L'aria pungente del mattino e l'umidità salina dell'aria ci accompagnano verso la periferia della città. Raggiungere la Jungle non è difficile. Anche se non ne conosci l'esatta collocazione, basta dirigersi verso la zona industriale delle Dunes e seguire il flusso di persone che ogni giorno percorrono il lunghissimo viale che la collega a Calais. Se chiedi a qualcuno dove si trova il campo, molto probabilmente ti ci accompagna in cambio di un'amichevole chiacchierata. Sono i primi di Agosto, e la demolizione della parte sud della Jungle da parte delle autorità Francesi è ancora un'ombra scura che fa fatica a levarsi dai volti delle persone. L'autostrada sembra svolgere il compito di cinta muraria, difficile capire a favore di quale agglomerato, mentre la strada che vi passa sotto segna l'ingresso ufficiale alla tendopoli. Vista dall'alto la Jungle è un mosaico di teli di plastica colorati di un'estensione impensabile, che cresce di giorno in giorno. Come ci raccontano al Welcome Caravan, punto di accoglienza gestito dall'Auberge Des Migrants, i volontari accolgono quotidianamente decine di persone alle quali offrono un primo aiuto fornendo tende, sacchi a pelo ed altri generi di prima necessità. Nonostante lo sgombero forzato avvenuto il 29 Febbraio di quest'anno, che ha costretto molti dei profughi ad ammassarsi nella parte settentrionale del campo, e nonostante le continue minacce di smantellamento, il numero di immigrati che ogni giorno arrivano è in costante aumento. L'ultimo censimento effettuato ad Agosto da parte di Help Refugees, una delle principali ONG attive e con sede nel campo, presenta numeri impressionanti: 9,106 è il numero delle persone che al momento abitano nella Jungle. Questi dati testimoniano come la popolazione sia cresciuta del 29% dai primi di Luglio: una media di 500 arrivi a settimana, circa 70 persone al giorno, per il il 70% provenienti dal Sudan e dall'Afghanistan. Di queste, 865 sono minorenni, di cui 675 non accompagnati. Il più giovane di loro ha appena 8 anni. Importantissima anche la funzione sociale del censire e tenere traccia della popolazione del campo e del numero di minori, se si pensa che a seguito dello sgombero di inizio anno ben 129 di loro risultano dispersi. 

 L'altra cosa che salta subito all'occhio camminando per le vie di questa città, a parte l'enormità dello spazio occupato e del numero di persone che vi abita, è la vita che vi scorre dentro e la capacità organizzativa di coloro i quali, migranti ed associazioni, hanno trasformato questo posto in un agglomerato di strutture minimamente vivibile. Vi è un grande fermento ed i vari luoghi gestiti dalle associazioni sono stati deputati alle più diverse attività: dalla distribuzione del cibo e dei vestiti alle attività scolastiche, quest'ultime molto richieste dagli abitanti del campo. Ci sono poi ristoranti e negozi, fulcro della vita sociale della Jungle. Strutture che sono una via di mezzo tra una grande tenda ed una baracca, decorate ed arredate secondo le usanze dei paesi di provenienza dei loro proprietari così da diventare luoghi unici e caratteristici. Queste rappresentano un luogo di aggregazione e socializzazione fondamentale per tutti i rifugiati, consentendo loro anche di ricevere le ultime notizie dal proprio paese attraverso la TV satellitare, di ricaricare il cellulare, indispensabile per contattare le proprie famiglie a migliaia di chilometri di distanza, o di avere un pasto caldo e un luogo dove dormire in attesa di una tenda. Inoltre molte di queste strutture hanno anche finalità di sostegno alla popolazione più giovane della Jungle, come ad esempio Kids Cafè, un'iniziativa educativa gestita dall'insegnante Britannica Mary Jones e finanziata esclusivamente tramite donazioni. Il Cafè, uno spazio facente parte della Jungle Books Library, è un luogo d'incontro dove i minori non accompagnati possono passare il loro tempo in compagnia di coetanei. Inoltre qui, sotto la supervisione dei volontari, possono anche avere pasti caldi, frequentare lezioni di Inglese o Francese, giocare, guardare la TV e ascoltare musica. Per molti di loro questo significa tanto ed è una vera e propria ancora di salvezza, dato che viaggiando da soli non hanno nessuno su cui poter fare affidamento. La maggior parte di questi ragazzi sono stati infatti mandati in Europa dalle proprie famiglie, che vendendo tutto pur di garantire loro un futuro, hanno evitato che venissero reclutati tra le file dell'Isis o che fossero rimasti vittima dalla guerra civile. Queste piccole attività auto gestite, che offrono anche ai volontari un posto dove potersi rilassare un po' bevendo del thè o gustando cibi etnici, sono state al centro di un'importante battaglia civile. L'amministrazione di Calais-Pas Du Nord infatti, contemporaneamente allo sgombero di inizio anno, aveva decretato anche la chiusura di tutte le attività commerciali, asserendo come giustificazione la mancanza dei requisiti igienico-sanitari e delle altre autorizzazioni necessarie. A questo è seguita una mobilitazione delle ONG operanti in loco a sostegno dell'importante funzione sociale che questi luoghi svolgono. E' stato quindi presentato ricorso presso il tribunale di Lille, il quale in data 11 agosto ha accolto l'appello decretando l'illegittimità della loro chiusura. La corte ha inoltre riconosciuto la valenza sociale di quest'ultimi, argomentando come sia impossibile richiedere l'adeguamento dei criteri di idoneità, quando in tutto il campo i rifugiati vivono in condizioni di totale precarietà e senza i requisiti igienico-sanitari fondamentali. 

 Durante la nostra permanenza abbiamo avuto modo di incontrare volontari e responsabili delle diverse associazioni per conoscere più a fondo il loro lavoro ed i principali bisogni ai quali rispondono quotidianamente, particolarmente in relazione alle donne ed ai bambini. La condizione dei minori è sotto i riflettori dei media internazionali da diverso tempo. Nel Regno Unito è diventata ormai oggetto di battaglia politica spesso andando in contrasto con gli accordi di Dublino stipulati proprio in favore delle persone richiedenti asilo tramite il ricongiungimento familiare. Da poco è stato approvato l'emendamento alla legge sull'immigrazione, proposto dal laburista Lord Alfred Dubs, che prevede l'accoglienza dei minori profughi provenienti dai campi europei, sebbene i numeri riguardanti questi accordi restino ancora un'incognita. Nel frattempo, le ONG hanno organizzato diversi centri e percorsi per la registrazione, la tutela, l'educazione e lo svago dei giovani richiedenti asilo. Una struttura fra le più attive è “L'école laique du chemin des dunes”. In attesa che gli stati europei garantiscano i diritti sanciti dalle convenzioni internazionali, Zimako Jones, egli stesso rifugiato nigeriano, ha costruito questa scuola in collaborazione con l'ONG Solidarité laïque. La scuola si compone di due classi, una infermeria, una sala riunioni, uno spazio giochi, una cucina e diversi spazi dove alloggiano gli insegnanti volontari. Alcuni di loro sono stabilmente a fianco di Zimako, mentre un numero variabile di quest'ultimi si avvicenda tra corsi di alfabetizzazione di vario livello e attività ricreative sia per adulti che per bambini. Come ci racconta Marco, di origine Kurda ma con passaporto Inglese e braccio destro di Zimako, la scuola è aperta a tutti e molto ben vista dalla popolazione del campo. Ogni giorno, dalla mattina alla sera, bambini e ragazzi di tutte le età frequentano le lezioni e le attività ricreative lì organizzate: “Le famiglie sono felici di portare qui i loro figli, alcuni di loro anche molto piccoli, cosicché possano giocare e svagarsi con i loro coetanei. Ogni tanto organizziamo anche gite alla spiaggia, ed i bambini ci mostrano sempre quanto siano contenti di partecipare a queste uscite”. Poi aggiunge: “I ragazzi sono contentissimi di passare il loro tempo qui alla scuola. Spesso ci dicono quanto sia importante per loro imparare l'Inglese o il Francese, per poi poterne fare uso nei paesi dove sono diretti”. Tuttavia lo stress che comporta vivere nella Jungle si fa sentire e Marco ci confessa che c'è un po' di preoccupazione per il futuro della scuola e dei suoi alunni. Da tempo infatti gira voce che le autorità Francesi vogliano sgomberare anche la parte nord del campo. Inoltre la Polizia è sempre nei paraggi, controllando anche che i negozi e i ristoranti siano chiusi, e questo ovviamente non aiuta a tranquillizzare la situazione. Nella parte più a nord del campo invece, Refugee Youth Service gestisce diverse attività per ragazzi nella fascia di età tra i 12 e i 18 anni, che rappresenta una larga parte della popolazione della Jungle. Questo è l'unico centro nel quale, con il supporto di Medici Senza Frontiere, vengono effettuate anche attività di supporto legale e psico-sociale per chi ne ha bisogno. Gli operatori del Centro confermano l'altissimo numero di minori rifugiati, con o senza accompagnamento, e riferiscono dell'impotenza dell'amministrazione Francese che non riesce a far fronte alle esigenze di tutela dei minori. Per quanto riguarda la popolazione femminile bisogna partire dalla valutazione delle cifre. Le donne infatti rappresentano solo il 10% della popolazione del campo, e, insieme ai bambini, ne costituiscono la fascia più vulnerabile. A parte coloro che vivono in famiglia, molte sono arrivate da sole ed al momento vengono ospitate in una struttura protetta chiamata Jules Ferry Centre. L'”Unofficial women and children's centre” è invece un'associazione autonoma che gestisce attività per le madri e i loro bambini all'interno di un bus a due piani il cui ingresso è strettamente riservato alle donne. Nel piano inferiore è stato allestito uno spazio di incontro, di dialogo e di svolgimento di attività quotidiane come il cucito e la cura personale. Qui ad esempio si tiene ogni settimana una giornata dedicata alla donna, quindi con attività come parruccheria o tatuatura hennè, momenti estremamente significativi per il mantenimento del morale, della dignità personale e della propria identità. Contemporaneamente, al piano superiore le volontarie accolgono i bambini, con i quali svolgono attività scolastiche, ricreative e di socializzazione, garantendo così un ambiente sicuro ed accogliente dove potersi distrarre dalla difficile condizione nella quale si ritrovano. Flora, giovane ragazza di Londra ormai membro stabile del team, racconta come tutto è iniziato circa un anno fa quando tramite delle donazioni sono riusciti a comprare il pullman. Inizialmente questo era un centro di distribuzione di beni ed uno spazio per bambini, gestito da due differenti organizzazioni. Con lo sgombero della parte sud della Jungle avvenuto a fine Febbraio gli sforzi delle due associazioni sono stati uniti ed ora il centro è aperto tutti i giorni ed offre servizi fondamentali per le persone che lo frequentano. “Le nostra priorità è di fornire prima di tutto un posto sicuro ed accogliente, dove le donne del campo possano sentirsi a loro agio ed i bambini divertirsi. Il range di età dei minori di cui ci prendiamo cura va dai 3 ai 9 anni, anche se poi ogni tanto i bambini portano i loro fratelli o sorelle ed alcuni hanno anche 1 o 2 anni d'età”. “Noi offriamo attività ludico-educative in Inglese riguardanti matematica, scienze, lettura ed arte a diversi livelli. Ognuno di loro deve essere comunque seguito da vicino per via della tenera età e delle vicende vissute, perciò è fondamentale che i bambini si trovino in un ambiente positivo. Quello che facciamo è solo cercare di farli sentire bambini”. Inoltre la responsabile Liz Clegg sta curando anche l'accoglienza dei rifugiati che nel frattempo riescono ad arrivare in Inghilterra. Molti di loro una volta entrati in Gran Bretagna vengono mandati a Birmingham, ed è qui che vengono accolti da Liz, che insieme al suo gruppo fornisce servizi a supporto del loro inserimento nella comunità locale. 

Nei giorni seguenti la nostra partenza il Ministro degli Interni Francese Bernard Cazeneuve si fa avanti ancora una volta dichiarando di voler smantellare il resto della Jungle “al più presto”, aggiungendo che la chiusura della parte Nord del campo avverrà “con grande determinazione” ma “gradualmente, creando altri alloggi e centri d'accoglienza” dove verranno trasferiti i rifugiati. La sua visita alla città arriva dopo tre giorni dal blocco dell'autostrada che conduce al porto di Calais, instaurato da commercianti locali, personale del porto, camionisti ed agricoltori che hanno manifestato a favore della chiusura del campo. Le dichiarazioni del Ministro Cazeneuve seguono quelle del candidato alla presidenza e già capo di stato Francese Nicolas Sarkozy, il quale, oltre ad essere vivace sostenitore della campagna politica contro l'uso del burkini nelle spiagge del paese, ha avanzato all'appena insediata primo ministro inglese Theresa May di trasferire la Jungle oltre Manica. La proposta, forse non più che una mera provocazione, ha ricevuto in risposta solo un sonoro no accompagnato dalla precisazione che era stato proprio lo stesso Sarkozy nel 2003, allora Ministro degli affari interni sotto il governo Chirac, a firmare il trattato Le Touquet riguardo i controlli di frontiera Inglesi in terra Francese e viceversa. “Ad oggi, chiedere lo smantellamento del campo vorrebbe dire peggiorare la situazione invece che risolvere problemi” commenta François Guennoc di Auberge des Migrants, una delle tante ONG che in una lettera aperta al governo Francese ha recentemente fatto notare come la chiusura della Jungle disperderebbe i migranti su un'area più vasta e aggraverebbe la già tanto osteggiata situazione.  

The JungleInstallazione fatta dai volontari e dai migranti per ricordare i 129 bambini dispersi durante lo sgombero della parte sud del campo

Calais: a Jungle built on the sand. 

Texts of Mara Scampoli e Mattia Alunni Cardinali

 Upon arrival, Calais immediately welcomes us without ceremonies. For those arriving from the UK the importance of the situation becomes clear as soon as they go through the maze of tarmac leading to the exit of the harbour. The pure white, 4 metres high fence topped with barbed wire set up in 2015, never leaves the frame of the car window, while occasionally armed policemen dressed up in riot gear pass by alongside the road. The wind coming from the sea relentlessly sweeps the wide expanse of silicon that stretches without end along the French coast. In the meantime the Sun is settting behind the Great Britain, a thin and blurred shadow visible along the horizon, leaving a colourful sky painted in a palette of blue and orange shades. While the last bathers hurry up in order to go and have their daily portion of moules in one of the traditional restaurants on the promenade, the non-stop bustle of massive ferries approaching and leaving the port keep going tirelessly. The few historical buildings have been absorbed by the popular architecture of the Sixties, which however has not been able to keep the town ahead of the times, turning it in a second choice tourist destination. 

Yet, in the last decade, Calais has become an arrival point for another kind of travellers too. The sharp morning air and its saline humidity accompany us on our walk to the outskirts of the city. It is not difficult to reach the Jungle. Even if you do not know its exact location, just head off for the industrial area called “Dunes”, and follow the stream of refugees that every day walk the long wide road that connects it to Calais. And if you ask them where the refugee camp is, you will be most likely taken there just in exchange for a friendly chat. The entrance to the camp is marked by the road passing underneath the flyover on the motorway that takes to the port. Indeed it seems it cuts a line between the migrants' Jungle and the French Calais, just like surrounding walls, however leaving the visitors free interpretation on deciding which part is the protected one and which the unwanted one. Along the streets of this “city” the social life is thriving: the coordination and organisation of those who live here has turned this place into a cluster of minimally liveable structures, with even its own shops and restaurants. There is a great dynamism and the various places managed by the associations have been designated to the most diverse activities: from the distribution of food and clothes to school activities, the latter a lot requested by people of all ages. As mentioned above, shops and restaurants are the places where Jungle's social life focusses around. Usually, these meeting places are housed inside structures that look like something between a large tent and a shack, decorated and furnished according to the customs of their owners home countries, so that each of them is unique and characteristic on its own. Here migrants can charge their mobile phones, essential devices if they want to keep in touch with their families, watch the satellite TV and get the latest news from their countries, and most important, they can also get hot meals and a place where to sleep overnight while waiting for a tent. Furthermore, many of these facilities also provide support aimed to the younger population of the Jungle, such as the Kids Cafe, an educational initiative run by the British teacher Mary Jones and exclusively funded through donations. The Café, a space belonging to Jungle Books Library, is a meeting place where under-age children can spend their time together with kids of their same age. Also, always under the supervision of volunteers, here they can have access to hot meals, attend English or French classes, play, watch the TV and listen to music. For many of them this is a true safety net since they do not have anyone to rely on. Most of them are in fact sent alone to Europe by their families, which, selling all their possession in order to guarantee them at least a hope for their future, avoid them to fall into the hands of ISIS or to get caught in the civil war raging in their countries. All these small self-managed activities, which offer volunteers too a place where to take a break and relax drinking tea and tasting some good ethnic food, have recently been the battleground for a major civil dispute. The Calais-Pas Du Nord administration, in the meantime it was deciding to resize the camp in February, had indeed ruled the closure of all commercial activities, claiming as justification the lack of health standards and other necessary permits. This resolution has been obviously strongly criticized by all the volunteer associations operating in the Jungle, which commented how the whole decision has been taken just as an excuse in order to evict the remaining part of the camp as soon as possible and move all the refugees in some other “Jungles” across France, so to keep “clear” the area around the port and the Eurotunnel. In fact the mobilization of volunteers and NGOs has led to an appeal to the Lille court, which on August the 11th has ruled the illegality of their closure. The court has also recognized the social value of the latter, stating that it is unfair to label them as unlawful just with the excuse of the lack of compliance to the standards, when all over the camp refugees live in totally unsafe conditions and without the fundamental health and hygiene requirements. Looking from a hilltop, the Jungle looks like an endless patchwork of plastic and multicoloured canopy covers, which grows bigger day after day. As we are told at Welcome Caravan, an organization managed by Auberge Des Migrants, there are every day tens of new people arriving, to whom volunteers give first aid by handing out tents, sleeping bags and other essential goods. The latest census, carried out at the end of August by Help Refugees, one of the biggest NGO operating in Calais, shows impressive figures: 9106 are the people that reside in the Jungle, mostly coming from Sudan and Afghanistan, and 865 of them are minors, of whom 675 are unaccompanied, with the youngest being only 8 years old. By keeping track of the camp population, these monthly reports also have a very important social function, especially, and most important, for what concerns the minors. For example the latest data say that the population has swollen by 29% since the first days of July, when the previous monthly report was conducted, meaning an average of 500 new people arriving every week, approximately 70 people per day. But, moreover, it is thanks to the census that it has been possible to raise the alarm when in February 129 minors went missing following the dismantling of part of the refugee camp. Being under the spotlight of the international media for a while, the minors condition in the Jungle has indeed become ground for political confrontation, especially in the UK, where the amendment proposed by the Labour Lord Alfred Dubs to the immigration law has recently been approved. This modification now allows under-age children coming from refugee camps across Europe to ask for asylum in the United Kingdom, in order to reunite with their families. However the British government, often in contrast with the Dublin agreements defending the refugees fundamental rights, is always delaying, if not stopping, these asylum procedures, bringing as justification the avoidance of terrorist infiltrations in the country. 

 During our stay in Calais we had the chance to talk to many volunteers and coordinators from the various NGOs, who explained us more in detail how everyday they give their contribution to the migrants' cause, especially in regards of women and children. In fact many non-governmental associations have organized several centres aimed at the registration and safeguard of the youngsters asking for asylum. One of the biggest and most active is “L'école laique du chemin des dunes”, which is a laic school, meaning that it is open to everyone without distinction of race, origin or religion. Founded and built by Zimako Jones, a Nigerian refugee, Marko, a Kurdish refugee who got the British citizenship, and with the collaboration of the French NGO Solidarité Laique, the school is an open space surrounded by two classrooms, a sickroom, a meeting room, a playground, a kitchen and two dorm rooms reserved to the teachers and volunteers working at the school. The activities occurring at the École have always been warmly welcomed by the population of the Jungle since their beginning. Now, every day from 11am to 7pm, children and teenager of all ages attend the lessons and the recreational activities there organised. As Marko says: “The families are happy to bring their children here, some of them very young in fact, so they can play and enjoy themselves with their peers. Every now and then we also organize trips to the beach, and the kids never fail to show us how happy they are to be able to participate”. Then he adds: “The older kids, instead, are very happy to spend their time here at the school learning French or English. They often tell us how important it is for them in order to get started in the countries where they are headed to”. However the stress that involves living in the Jungle is sometimes evident, and Marko cannot hide his “concern for the future of the school and its pupils. It's some time now that there are rumours about French authorities that want to clear the rest of the camp as well. Furthermore police are always around, checking that the stores and restaurants are closed, and this is obviously not helping to make the situation easier”. Refugee Youth Service, instead, an NGO based in the northern part of the Jungle, carries out in collaboration with Médecins Sans Frontières, legal and psycho-social support activities for those who need them. Being the only organisation that offer this kind of service in the camp, as well as following kids aged between 12 and 18 years old, it is a major reference point for all the people living here. Also here volunteers cannot deny to confirm the high amount of minors, both accompanied and not, and the helplessness of the French administration, which fails to safeguard them. Instead, for what concerns the female population we need to first look at the numbers. Women represent just the 10% of the camp's residents, and together with the children they are the most vulnerable people residing in the Jungle. Except for those who have a family to live with, many of them have travelled alone and are at the moment accommodated in a restricted access structure called Jules Ferry Centre, a government managed area where only women are allowed. However they can find the same kind of privacy and support also at the “Unofficial women and children's centre”, an independent association based inside a double-decker bus. Here women can have a place for themselves to be used in order to meet with other women, to talk between them, or just a place where to carry out daily activities or hobbies such as sewing. For example every week there is a day dedicated to their personal care, an extremely significant moment to boost their moral, keep high their personal dignity and preserve their identity. At the same time the girls volunteering in the bus also take care of the mother's children with school and recreational activities, thus ensuring a safe and welcoming environment where they can take their minds off from the difficult conditions in which they find themselves. Flora, a young girl from London and by now senior member of the Centre, says that everything started about one year ago when they managed to buy the bus through a fund raising campaign. At the beginning it was just a distribution centre and a recreational space for children managed by two different associations, but following the eviction happened in February they joined their forces and now the bus is open every day. “Our main priority is that to offer a safe and welcoming place where women could feel at ease and children could have fun. Usually we take care of children 3 to 9 years old, even though they sometimes take with them their siblings who are even 1 or 2 years old”. “We offer to these kids recreational and educational activities in English with subjects such as math, science, reading and art, at different levels. However, each of them must still be closely followed because of their tender age and the experiences they went through, so that they always find themselves in a positive and supportive environment. What we do is just try to make them feel children". Also, the coordinator Liz Clegg is taking care of the reception of refugees who manage to arrive in England. In fact many of them once in Britain are moved to Birmingham, and that is where they are welcomed by Liz, who together with her team provide services in support of their integration in the local community. But unfortunately the work that all these people every day carry out in order to make others' lives more enjoyable, is constantly threatened. 

In the days following our visit to the Jungle, French interior minister Bernard Cazeneuve has once again stated that he wants the rest of the Jungle to be dismantled "as soon as possible", adding that the closure of the North side of the camp will take place "with great determination" but "gradually, while creating more housing and reception centres" where refugees will be moved to and will be able to find a new accommodation. His visit to Calais comes after a three days of traffic blockages on the nearby motorway due to protests set by local traders, port personnel, truck drivers and farmers, who all gathered in order to demonstrate in favour of the camp closure. The Minister Cazeneuve statements follow those of the presidential candidate and former French head of state Nicolas Sarkozy, who as well as being lively supporter of the political campaign against the use of burkinis in the country's beaches, has also proposed to the newly installed English Prime Minister Theresa May to transfer the Jungle across the Channel. The offer, perhaps no more than a mere provocation, received only a blunt negative answer along with information stating that back in 2003 it was Sarkozy himself, then Minister of Internal Affairs under the Chirac government, that signed the Le Touquet agreement in order to move the British border controls in France and vice versa. “Asking for the dismantling of the camp today would mean a worsening of the situation instead of solving the problems”, said François Guennoc of Auberge des Migrants, the main organisation operating in the Jungle and just one of a handful which warned in an open letter about the consequences that the razing of the camp would bring, such as the scatter of migrants in a wider area and the worsening of the situation protesters deplore already. In the meantime, the only solution the British-French diplomacy seems to have been able to find, is the building of a 4 meters tall wall, in attempt to prevent migrants from trying to stow away on trucks heading for Britain. Local authorities in Calais say that its construction is expected to be completed by the end of the year, "not a new initiative", but for the French population “the right amount of security to prevent 'illegals' trying to get to the UK”, as stated by British Home Secretary Amber Rudd.